Storie e Aneddoti |
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UNA STORIA D'ALTRI TEMPI Zio Teofildo, che vive in Toscana e precisamente a Prato, quando torna in Abruzzo ed abbiamo modo di vederci in compagnia d'un buon bicchiere di vin santo accompagnato dai tradizionali cantucci, cose che lui immancabilmente porta quando viene a trovarci, spesso mi racconta di quando era ragazzo e viveva ancora in paese. Lultima volta che venuto, l'estate scorsa, eravamo seduti nel giardino da mio padre e proprio a causa della mia passione per i cani pastori abruzzesi, mi ha raccontato di Mozzone. Zio Teofildo originario di S.Benedetto di Bagno, una paesino nella periferia dell'Aquila. Una delle cose che ricorda con maggiore piacere della sua infanzia la presenza nel suo paese natio di quel gigante bianco, un cane da pecora di nome Mozzone. Un tempo - s'inserisce nel discorso mio padre - in paese cera iu pequerare . Cioè il pecoraio inteso come colui che radunava le pecore di tutto il paese dei diversi piccoli proprietari per portarle insieme al pascolo. Quando mio padre fa questa precisazione non manca mai di aggiungere: Ohh, quando la sera il pecoraio faceva rientro al paese, dovevi vedere come ogni pecora rientrava da se nel proprio ovile . E quando qualche volta capitava che qualcuna si faceva confondere, il padroncino ospitante la restituiva al proprietario (a quell'epoca le pecore si conoscevano una ad una), sfottendolo nel dirgli di avere delle pecore poco intelligenti. Ma torniamo a Mozzone ed il racconto di zio Teofildo . Lui si ricorda bene di questo cane perchè era enorme, molto pi grosso di tutti gli altri cani. E vero che nei racconti, pi passano gli anni e pi aumentano le dimensioni delle cose in essi narrate ma zio ricorda benissimo che sulla groppa di Mozzone prendevano posto comodamente tre bambini in età prescolastica. Infatti fu una delle pi grandi emozioni da lui vissute in tenera età, il giretto concessogli da Gaetano il pecoraio a cavallo di Mozzone fino alluscita del paese. Sicuramente era un cane che oggi a fatica sarebbe rientrato nei canoni stabiliti dallattuale standard ma altrettanto difficile immaginare che un cane di oggi avrebbe potuto compiere le imprese di Mozzone. - Ormai zio era già più grandicello e andava alla scuola elementare quando Mozzone ancora aitante faceva il suo lavoro. Era un inverno di quelli veramente d'un tempo. Mio padre, intervenendo puntualmente, racconta che dovettero scavare delle vere e proprie gallerie per andare da una casa all'altra o fino alla stalla. Con gli occhi ridenti come quelli di un bambino aggiunge: ci facevamo gli sci con le doghe delle botti; con quelle s che necessitava dell'equilibrio per sciare. Nonno Ughetto ( suo padre ) un giorno mi riportò delle tavole di rovere ben affilate - io gli curvai le punte in su nell'acqua bollente. Erano un vero lusso allora. Fulvietto, continua mio padre, andava a scuola con gli sci scendendo per l'aia vecchia e portava un cappello di montone rovesciato con i copri orecchi, come vanno ancora oggi, ma non l'allacciava mai. A forza di sobbalzare, i copri orecchi svolazzavano che sembrava vedere un cane da caccia che rincorre la preda. - E tutti e tre ci facciamo una bella risata. Questi incisi di mio padre, anche se spezzavano un po' la continuità del racconto di Mozzone, permettevano a zio Teolfido e me di gustarci un po' di cantucci intrisi nel vin santo. - Quando gli inverni erano particolarmente lunghi e rigidi, prosegue zio, anche i lupi, allora ancora molto schivi e con una notevole paura dell'uomo, dovevano spingersi fino nei paesi per trovare del cibo. Sia zio che papà, sembrerebbe con ancora un pizzico di timore, raccontano che non poche volte nella notte udirono, accovacciati nei loro lettini di paglia, gli ululati dei lupi non lontani dal paese. Una notte in particolare, zio ricorda che udì dei ringhi e dei guaiti come quelli di cani lottano tra loro. Sembrava una lotta interminabile. Succedeva spesso perchè i cani si contendevano quel poco di cibo a loro concesso. Veramente a quel tempo un osso o un pezzo di pane secco poteva costituire motivo di lotta a vita o morte. Ma quella notte sembrava dovesse trattarsi duna lotta particolarmente feroce e anche scorgendo attraverso la piccola finestrella con il vetro reso opaco dal gelo, che dalla sua stanza si affacciava in strada, non riusciva a vedere nulla. Non riuscì a riposare molto quella notte perchè aveva paura che potesse accadere qualcosa a Mozzone. Certo non aveva nulla da temere dagli altri cani del paese ma succedeva di tanto in tanto che qualche cane troppo coraggioso veniva ucciso dai lupi nel tentativo di difendere la sua proprietà. Era gi da un po' di notti che si avvertiva la presenza dei lupi nelle vicinanze ed i timori di mio zio non erano affatto infondati, essendo Mozzone un cane molto coraggioso che non si sarebbe di certo tirato indietro di fronte agli attacchi dei lupi. - Essendosi addormentato che era quasi mattino, zio Teofildo era caduto in un sonno profondo che non riusciva proprio a svegliarsi e neanche gli urli disperati della mamma, che non voleva facesse tardi a scuola, riuscivano a convincerlo di abbandonare il letto, finchè non sentì uno strano e crescente vocio in strada. Sobbalzò dal letto e si affacciò vedendo un gruppo di persone attorno ad un qualcosa che sembrava un animale della grandezza di un cane, ricoperto di sangue tanto da creare un alone di neve rosa tutt'intorno . Il cuore gli batteva a mille. Forse i suoi timori si erano rivelati giusti. Si vestì in fretta e furia, senza lavarsi nè fare colazione, dimenticando persino la cartella per la scuola, si precipitò in strada con il cuore ancora in gola, sotto le grida rimproveranti della madre. Cercò di farsi largo tra la gente e quando riuscì a scorgere, tra le gambe del pecoraio, il triste spettacolo, con gli occhi gi intrisi di lacrime si rese conto che non poteva trattarsi di Mozzone. Nonostante la compassione che poteva provare per quel cane si sentì sollevato ed una sorta di felicità lo invase come un lieve tepore attraverso il suo giovane corpicino in quella gelida mattina. Ma di chi era quella povera bestia? Tra sangue, brandelli di carne e pelle lacerata non si riusciva a capire che cane fosse, anche se era una animale di rispettose dimensioni. Fu Felice, il vecchio cacciatore, a commentare a colpo d'occhio: quiss'è iu lupe. Sembrava impossibile, com'era potuto accadere? Cosa mai era successo quella notte. Non si vedeva un cane nei dintorni ed anche di Mozzone nessuna traccia. Zio Teofildo, che conosceva bene il rifugio di Mozzone, anche perchè ogni tanto gli portava qualche pezzo di lardo di nascosto (il lardo a quell'epoca era un bene prezioso), di corsa si diresse nell'angolo d'un fienile dove lo trovò disteso, stremato e pieno di ferite ma vivo. Ci pensarono zio con i suoi amici a curarlo perchè a quel punto, oltre essere il cane di tutti e soprattutto dei bambini, era diventato l'eroe del paese. Si riprese in fretta e lavorò con le pecore ancora per diversi anni. - Non so voi ma a me piacciono le storie di zio Teofildo , anche perchè hanno la giusta durata. Il tempo di una bottiglia di vin santo ed un sacchettino di cantucci. Valle d'Ocre 10.11.01 Freddy Barbarossa
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